Io sono il mio cane


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Joy mette il naso in tante cose, ma non è un ficcanaso è solo curioso e vorrebbe conoscere più cose possibili. Dà affetto per chiedere affetto. Joy alla nascita era libero e senza pensieri. Mangiava, beveva e giocava con i suoi fratelli. 

La mamma era sempre lì, lo allattava e lo aiutava a crescere. Il papà guardava a distanza, sguardo severo, poco incline ad annusare e leccare i suoi cuccioli, ma Joy non se ne accorgeva o almeno faceva finta di nulla. Per la maggior parte delle persone Joy è un cane bello, simpatico e dal carattere vivo. 

Joy pensava di essere pigro, indolente e poco incline alla comunicazione. Certo la sua coda diceva altro, ondulante a destra e sinistra come un pendolo impazzito ogni volta che una carezza gli arrivava improvvisa.

io sono il mio cane di apbeni

Il suo padrone, uno dei tanti, era una persona gentile, spesso nervosa, a volte timorosa di sbagliare, onesta e mai cattiva.

 Il collare che gli avevano messo era stretto, gli impediva di abbagliare con tranquillità. Peccato, aveva appena imparato a farlo e già gli impedivano di esprimere questo urlo. 

Joy si abituò presto a quella corda al collo, a lui bastavo le carezze del padrone e la gioia di giocare. Il cane che gioca sempre non è mai morto. Un detto che Joy amava ripetere in ogni suo gioco, scherzo o salto nel vuoto. Un altro detto che presto imparò ad amare fu “cane che abbaia non morde”. 

All’inizio non capì come potesse accedere che un comportamento aggressivo potesse essere in realtà una semplice e tenera difesa, ma i fatti della vita gli resero tutto più chiaro. Joy non amava mordere, non amava abbaiare e non voleva che qualcuno entrasse nella sua cuccia, alta, sicura e comoda. Nessuno l’aveva mai vista, nessuno sapeva se esisteva veramente, ma Joy ci viveva bene dentro e non gli interessava renderla reale agli occhi degli altri. A Proposito degli altri. Il cane era ossessionato dagli altri. Viveva per una loro carezza e odiava quando erano rivolte ad altri quadrupedi.

cane che abbaia non morde

Il collare aveva una corda che gli uomini chiamano guinzaglio, a volte era corto altre lungo. Sempre presente. Presto Joy capì che quella corda era un cordone che lo legava al mondo. 

Un giorno però si trovò senza quel filo. Joy si trovò senza guinzaglio. Si sentì solo e arrabbiato. Capì che quel filo non era mai esistito e mise in discussione tutto. 

“Forse anche la mia tana non esiste. Forse neppure le carezze dell’uomo sono vere …”.

Presto si trovò in un angolo con i denti stretti e la bava alla bocca. Si sentì in colpa per essere stato così sciocco, o forse per essere tornato libero. 

Nessun padrone, nessun filo, nessuna corda e nessun rifugio. Era tornato sciolto come da cucciolo, anche se i pensieri c’erano e il mondo gli pareva più grande e bello, nuovamente da scoprire con il suo naso rivolto verso la luna, pronto ad abbaiare e magari a mordere.  

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